mercoledì 3 ottobre 2007

I leoni di Cibele

Mi torno ad affacciare sul balcone
Sopra i paesi d'immaginazione,
Dove cadono le prime secche foglie,
Che fan preludio alle autunnali doglie,
Il freddo ed il rinnovo quasi morte
Del mondo che si apre a nuove porte,
Mentre il vento fa dondolare i rami,
E tutti gli spifferi son grami,
Cade il silenzio sopra città e boschi,
Tutti gli istanti sono acuti e foschi,
Si ride meno anche per le strade,
Si fan placide tutte le contrade,
Non s'ode più rumore di risate,
Le finestre son chiuse e bloccate.


Pur sempre spira di Venere il vento,
Nascosto sotto il freddo è il sentimento,
Esso in futuro tornerà a brillare,
Ma per ora si vuole riposare,
Pure Artemide s'addormenta stanca,
Lei che al voto di castità non manca,
Mentre Persefone attende paziente
Che spunti il grano che all'uomo non mente,
Così nel freddo Natura riposa,
Fa crescer nel suo grembo ogni cosa,
Il seme che darà l'albero e il frutto,
Ricostruendo il prodigioso tutto,
E quello che nel suo momento appare,
Svolge la sua funzione e poi scompare.


Così l'ordine forma la corona
Della bella e terribile Matrona,
Che dal suo trono detta la sua legge,
Perchè domina e guida e mai richiegge,
E quanto noi vediamo è il suo vestito,
Che dagli eventi è tutto ricucito,
Sempre si logora e sempre ritorna
Allo stato primevo, così storna
Alla Regina qualunque disfatta,
Perché la sua veste è così fatta
Da essere un mantello di regina,
Alla quale nessuno s'avvicina,
Ché anche se la scorgi sia per poco,
E da lontano e da confuso loco.


Così s'aggrappa l'uomo alla sua veste,
Ma i suoi appigli son proprio cose meste,
Ché sempre egli perde la sua presa,
Riprova, e ogni volta è la resa,
Ma tenta ancora per vederne il volto,
E più vicino gli giunge all'ascolto
Il rumoreggiar piano e crudele
Dei feroci leoni di Cibele.

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